Dell’incomprensione come destino anagrafico, ovvero perché a cinquantanove anni le parole smettono di funzionare

Cinquantanove anni.
Lo scrivo e già mi sembra un errore di battitura, uno di quegli accidenti tipografici che il correttore automatico dovrebbe intercettare con un sottile serpente rosso di disapprovazione. Eppure il calendario, nella sua brutale indifferenza alle mie obiezioni, conferma: sto per compiere cinquantanove anni, il che mi colloca automaticamente in quella zona grigia dell’esistenza che i demografi, con la loro tipica sensibilità poetica, definiscono “prossimi all’anzianità”. Una categoria che suona come un eufemismo per “in attesa di smistamento verso il deposito dei ricordi altrui”.
Non che la cosa mi turbi particolarmente. Ho sempre nutrito una certa simpatia per i vecchi, forse perché da bambino passavo i pomeriggi ad ascoltare mio nonno che mi spiegava il funzionamento del motore a scoppio con la stessa minuziosa pazienza che altri riservano all’esegesi biblica. I vecchi, pensavo allora, sanno cose che gli altri hanno dimenticato o, peggio, non hanno mai saputo. I vecchi sono archivi ambulanti, biblioteche con le gambe, depositi di competenze che nessun tutorial su YouTube potrà mai replicare.
Quello che non avevo previsto è che diventare vecchi comportasse anche una progressiva, inesorabile, quasi comica perdita della capacità di farsi capire.
(E qui devo aprire una parentesi, perché le parentesi sono il rifugio naturale di chi ha passato troppo tempo a leggere Proust e non riesce più a procedere in linea retta. La parentesi è la divagazione istituzionalizzata, il permesso ufficiale di abbandonare momentaneamente il sentiero principale per inoltrarsi in un sottobosco di considerazioni che sembrerebbero irrilevanti ma che, a ben guardare, sono l’unica cosa che davvero ci interessa. Chiusa parentesi, per ora.)
Dicevo: la capacità di farsi capire.
Per cinquantotto anni e qualche mese ho vissuto nella convinzione, forse presuntuosa ma certamente confortante, di essere in grado di esprimermi in un italiano ragionevolmente comprensibile. Certo, un italiano con qualche vezzo: una certa predilezione per i termini desueti (perché dire “obsoleto” quando puoi dire “vetusto”? perché accontentarsi di “raro” quando “inusitato” suona così magnificamente fuori tempo massimo?), una tendenza forse eccessiva alla citazione (Schopenhauer al bar, Kierkegaard in ascensore, Montaigne durante le riunioni di condominio), una struttura sintattica che qualcuno definirebbe “barocca” e qualcun altro, meno generosamente, “inutilmente contorta”.
Ma, per quanto contorto e referenziale, il mio italiano funzionava. Le persone mi ascoltavano e capivano. A volte annuivano. Occasionalmente ridevano nei punti giusti. Il messaggio, per quanto avvolto in strati di subordinate come un regalo di Natale impacchettato da un perfezionista con troppo tempo libero, arrivava a destinazione.
Poi qualcosa è cambiato.
Non saprei dire esattamente quando. Non c’è stato un momento preciso, un’epifania negativa, un istante in cui ho potuto dire “ecco, è qui che la comunicazione ha smesso di funzionare”. È stato piuttosto un accumulo progressivo, una somma di piccoli incidenti conversazionali che, presi singolarmente, potevano sembrare trascurabili ma che, messi insieme, compongono un quadro clinico piuttosto inquietante.
Parlo con un collega. Spiego una cosa. Il collega mi guarda con quell’espressione che ho imparato a riconoscere: occhi leggermente vacui, un accenno di sorriso che potrebbe essere cortesia o potrebbe essere incomprensione totale, quel leggero movimento del capo che significa “sto elaborando” ma che più probabilmente significa “non ho capito una parola ma sono troppo educato per dirtelo”.
“In che senso?”, chiede poi.
In che senso. La domanda che mi perseguita da mesi. La domanda che mi fa dubitare di tutto: del mio vocabolario, della mia sintassi, della mia capacità di costruire un ragionamento che abbia un principio, uno sviluppo e una fine riconoscibili come tali.
In che senso? Nel senso in cui l’ho detto, vorrei rispondere. Nel senso letterale delle parole che ho pronunciato, che mi sembravano sufficientemente chiare, sufficientemente ordinate, sufficientemente italiane. Ma evidentemente non lo erano, o almeno non lo erano per il mio interlocutore, che ora attende una riformulazione come un viaggiatore perduto attende una mappa in una lingua che possa comprendere.
E allora riformulo. Semplifico. Riduco. Taglio le subordinate, elimino gli incisi, abbandono le metafore per il linguaggio più diretto che riesco a produrre. E a volte funziona, e il mio interlocutore finalmente annuisce con quel sollievo che normalmente si riserva alla risoluzione di un enigma particolarmente ostico. Ma a volte non funziona, e la riformulazione richiede un’altra riformulazione, e poi un’altra ancora, e alla fine della conversazione mi ritrovo a chiedermi se quello che ho detto alla fine assomigliasse ancora, anche solo vagamente, a quello che intendevo dire all’inizio.
La diagnosi più ovvia, quella che un osservatore esterno formulerebbe senza esitazione, è semplice: mi sono rincoglionito.
È una parola brutale, lo so. Ma l’età avanzata, se non altro, conferisce il privilegio della brutalità lessicale: non ho più tempo per gli eufemismi, non ho più pazienza per le perifrasi che addolciscono la realtà senza modificarla. Mi sono rincoglionito: il cervello, dopo quasi sei decenni di onorato servizio, ha iniziato a perdere colpi, a saltare passaggi, a dare per scontate connessioni logiche che scontate non sono. Parlo come se il mio interlocutore avesse accesso ai miei pensieri, come se le premesse implicite fossero evidenti, come se il contesto si spiegasse da sé.
Ma c’è un’altra ipotesi, meno umiliante per me ma forse più inquietante per il futuro della specie.
Ed è che il problema non sia io. O meglio: non sia solo io.
Osservo i miei interlocutori, quelli che mi chiedono “in che senso?” con frequenza sempre maggiore, e noto alcune cose. Noto che molti di loro passano una quantità significativa del loro tempo a conversare con macchine. Con assistenti virtuali, con chatbot, con quelle intelligenze artificiali che hanno nomi rassicuranti e rispondono con pazienza infinita a qualsiasi domanda, per quanto mal formulata. Noto che queste conversazioni con le macchine hanno caratteristiche molto specifiche: richiedono chiarezza, richiedono comandi precisi, richiedono quello che nel gergo del settore si chiama “prompt” ovvero un’istruzione confezionata secondo regole precise che la macchina possa interpretare senza ambiguità.
E mi chiedo: è possibile che queste persone, a forza di parlare con le macchine, abbiano iniziato ad aspettarsi che anche gli esseri umani parlino come prompt? È possibile che la mia sintassi articolata, le mie divagazioni, i miei riferimenti culturali, le mie parentesi (ah, le parentesi!) suonino loro come rumore di fondo, come interferenza, come tutto quel materiale superfluo che un buon prompt dovrebbe eliminare per arrivare dritto al punto?
Se così fosse, e temo che così sia almeno in parte, ci troveremmo di fronte a una situazione paradossale: non sono io che ho disimparato a parlare, sono loro che hanno disimparato ad ascoltare. O meglio: hanno imparato ad ascoltare in modo diverso, in modo ottimizzato, in modo compatibile con le esigenze di un’intelligenza artificiale che non sa cosa farsene delle sfumature, delle ambiguità, di tutto quel bellissimo disordine che rende il linguaggio umano così ricco e così irrimediabilmente impreciso.
Schopenhauer, che evidentemente era già vecchio quando scrisse i Parerga, sosteneva che il pensiero è come un filo che si dipana: se lo interrompi, devi ricominciare da capo. Ma cosa succede quando chi ti ascolta non ha pazienza per il filo intero? Cosa succede quando il tuo interlocutore si aspetta non un filo ma un punto, una coordinata GPS del significato che lo porti direttamente a destinazione senza passare per il panorama?
Kierkegaard, ancora più cupo (ma Kierkegaard era cupo anche da giovane, era proprio una sua caratteristica), avrebbe probabilmente diagnosticato questa situazione come un sintomo della “folla”, di quella massa indifferenziata che non vuole pensare ma solo ricevere informazioni già digerite. Ma Kierkegaard non aveva previsto che la folla avrebbe avuto in tasca uno smartphone con accesso illimitato a risposte immediate, e che questa disponibilità di risposte avrebbe gradualmente eroso la capacità, o anche solo la volontà, di elaborare domande complesse.
Potrei cambiare, naturalmente.
Potrei imparare a parlare per punti, a strutturare i miei discorsi come presentazioni PowerPoint verbali (prima slide: premessa; seconda slide: sviluppo; terza slide: conclusione; nessuna slide per le divagazioni, le divagazioni non sono performanti). Potrei abbandonare i termini desueti per un vocabolario più contemporaneo, più accessibile, più ottimizzato per la comprensione immediata. Potrei smettere di citare filosofi morti da secoli e iniziare a citare, che so, podcast di successo o thread virali su quella piattaforma che una volta si chiamava Twitter e che ora ha un nome che sembra un errore di battitura.
Potrei, in teoria.
In pratica, siamo onesti fino all’autolesionismo: cambiare il modo di parlare con il piede già sollevato verso i sessanta è un esercizio di masochismo linguistico che non sono disposto ad affrontare. Non per pigrizia, o non solo per pigrizia. Ma perché il modo in cui parlo è il modo in cui penso, e il modo in cui penso è il risultato di quasi sei decenni di letture, conversazioni, esperienze, errori, ripensamenti. Cambiare il modo di parlare significherebbe, in qualche misura, cambiare il modo di essere. E a quasi sessant’anni, con tutto il rispetto per la plasticità neurale di cui parlano gli ottimisti, non credo di avere abbastanza tempo per diventare qualcun altro.
Quindi continuerò a parlare come parlo. Con le mie subordinate, i miei incisi, le mie parentesi che si aprono e talvolta dimenticano di chiudersi. Con i miei riferimenti a Schopenhauer e Kierkegaard, con le mie parole desuete che suonano come reperti archeologici in un mondo che preferisce le emoji. Continuerò a richiedere ai miei interlocutori quello che forse è diventato un lusso: l’attenzione. Non l’attenzione frammentata che si concede a una notifica, ma l’attenzione continua, paziente, che permette di seguire un ragionamento dal principio alla fine, con tutte le sue curve e le sue deviazioni.
E se non mi capiranno, pazienza.
O meglio: non pazienza. Fastidio, probabilmente. Frustrazione, sicuramente. Ma anche, in fondo, una strana forma di sollievo. Perché se il prezzo della comprensione universale è l’impoverimento del linguaggio, se per farmi capire da tutti devo rinunciare a tutto ciò che rende il mio modo di esprimermi mio, allora forse l’incomprensione è il prezzo che sono disposto a pagare.
Resta una domanda, però. Una domanda che rivolgo a chi ha avuto la pazienza di arrivare fin qui, attraverso tutte queste parole, queste parentesi, queste divagazioni che un buon editor avrebbe tagliato senza pietà.
Voi, quando parlate con qualcuno, venite compresi?
E se sì: come fate?
(Questa è una domanda sincera, non retorica. Se avete risposte, sono genuinamente interessato. Se non le avete, almeno sappiamo di essere in buona compagnia, noi incompresi cronici, noi dinosauri del linguaggio articolato, noi ultimi romantici della frase subordinata.)
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