Guru meditation

Le parole che seguono divergono completamente da quanto ho scritto qui sopra in precedenza. Se non siete appassionati di tecnologia, o qualcosa che gli assomigli vagamente, o se anche solo la vista di un saldatore vi provoca un’orticaria psicosomatica, vi consiglio caldamente di fermarvi qui. Andate a farvi una tisana, chiamate vostra madre, fate qualcosa di socialmente accettabile. Quello che segue è materiale per una nicchia talmente ristretta che probabilmente ci staremmo comodi in un ascensore.

In questi ultimi giorni, con l’approssimarsi delle vacanze di Natale, mi sono ritrovato a fare quello che fanno tutti gli adulti equilibrati: invece di pensare ai regali, alle cene con i parenti, o a quale scusa inventare per evitare il cenone della zia, mi sono chiesto quale progetto inutile e dispendioso in termini di tempo avrei potuto intraprendere. Basta pensare alle solite cose. Volevo qualcosa di nuovo con cui giocherellare davanti ad una fetta di panettone, preferibilmente mentre tutti gli altri guardano un film di Natale che ho già visto quattordici volte.

Devo fare una confessione. Sono sempre stato grandemente affascinato dalla possibilità di far fare cose agli oggetti attraverso un computer. Premere un tasto e vedere una luce accendersi, scrivere delle istruzioni e guardare un motorino mettersi in moto. C’è qualcosa di profondamente soddisfacente nel comandare il mondo fisico attraverso una tastiera. È una forma di potere modesta, certo, ma in un mondo in cui non riesco nemmeno a convincere il mio gatto a scendere dal tavolo, accendere una lucina a comando mi fa sentire quasi onnipotente.

Allo stesso tempo, sono diverse settimane che mi ritrovo a guardare video di una cosa chiamata Freeform Electronics. Per capirci: immaginate di costruire un circuito elettronico, ma invece di usare le solite schede verdi piene di piste di rame su cui saldare i componenti, saldiate tutto direttamente nell’aria, creando strutture tridimensionali che sembrano sculture. È come costruire con il Meccano, ma con componenti elettronici e molto, molto più rischio di bruciarsi le dita. Ci sono persone che fanno cose incredibili con questa tecnica. Due su tutti: Eirik Brandal e Huy Vector. Li guardo e mi chiedo se abbiamo davvero lo stesso numero di dita e le stesse ventiquattro ore al giorno.

Ho quindi deciso, con quella tipica presunzione che precede ogni disastro, di dedicarmi ad un piccolo progetto. L’idea è semplice da spiegare: costruire due piccoli oggetti, grandi più o meno come una scatola di fiammiferi, ognuno con un minuscolo schermo e un sensore che reagisce al tocco. I due oggetti potranno comunicare tra loro attraverso Internet. Tocchi uno e l’altro, dall’altra parte del mondo (o dall’altra parte del salotto, più realisticamente), fa qualcosa. Due oggetti che si parlano a distanza.

Sì, lo so cosa state pensando: potrei semplicemente mandare un messaggio WhatsApp. Ma dove sarebbe il divertimento?

Questo è quanto. Se qualcuno sarà interessato al risultato finale faccia un fischio e ne parlerò. Considerando la mia storia con i progetti personali, c’è una probabilità non trascurabile che ne riparleremo tra qualche anno, o mai.

Ma in realtà non è di questo progetto in particolare che volevo parlare.

Per realizzare tutto questo ho dovuto imparare a programmare su una piattaforma nuova per me. Ora, quando si programma, esistono diversi livelli di difficoltà che uno può scegliere. È un po’ come cucinare: puoi comprare un sugo pronto e scaldarlo (veloce, funziona, ma non sai cosa c’è dentro), puoi comprare i pomodori e fare il sugo da zero (più lungo, ma controlli gli ingredienti), oppure puoi coltivare i pomodori, raccoglierli, e poi fare il sugo (sei pazzo, ma almeno sai tutto di quel sugo).

Io, naturalmente, ho scelto la terza opzione. Perché evidentemente non ho abbastanza fonti di frustrazione quotidiana nella mia vita.

Ho quindi speso un paio d’ore di una serata a preparare tutti gli strumenti necessari. Due ore che avrei potuto impiegare in attività più produttive, come fissare il muro o contare le piastrelle del bagno. E subito dopo, pieno di quell’ottimismo che solo l’ignoranza può garantire, mi sono messo a scrivere un semplice programmino di prova. Semplice, dicevo. Cosa potrebbe andare storto?

Non avendo mai scritto una riga di codice su questa piattaforma, gli errori sono stati diversi e creativi. Ad un certo punto stavo cercando di capire cosa non funzionasse quando ho deciso di fare quello che fanno tutti i programmatori da quando esistono i computer: chiedere al programma di scrivermi dei messaggi per dirmi cosa stava combinando. Una pratica antica quanto la programmazione stessa: quando non capisci cosa sta succedendo, chiedi al computer di raccontartelo e spera che il problema si riveli da solo.

Ed è qui che è successo qualcosa di inaspettato.

Sono scoppiato a ridere quando ho letto il seguente messaggio di errore:

Guru Meditation Error

Per chi non programma, un messaggio di errore è semplicemente il modo in cui il computer ti dice “hai fatto una stupidaggine e io mi rifiuto di andare avanti finché non la sistemi”. Di solito sono messaggi asciutti, tecnici, incomprensibili. Ma questo era diverso. Questo diceva “Guru Meditation”. Meditazione del Guru. Come se il computer, invece di arrabbiarsi, mi stesse suggerendo di sedermi a gambe incrociate e riflettere sui miei errori.

Ridevo, ma non tanto per la fesseria che avevo commesso. Quello che mi ha colpito, quello che mi ha fermato il respiro per un istante, è stato proprio quel nome così strano.

Quelle due parole mi hanno fatto fare un salto nel tempo. Un salto lungo, vertiginoso, di più di trentacinque anni. Un salto che mi ha riportato in una stanza che non esiste più, davanti ad una macchina che probabilmente giace in qualche discarica, in una versione di me stesso che aveva ancora tutto da scoprire.

L’Amiga 1000.

Per chi non c’era, l’Amiga 1000 era un computer uscito nel 1985, prodotto dalla Commodore. All’epoca era una macchina rivoluzionaria: grafica a colori quando tutti gli altri mostravano sfumature di verde, suono stereofonico quando gli altri facevano “bip”, multitasking quando gli altri potevano fare una sola cosa alla volta. Era il futuro arrivato in anticipo, ed era bellissima.

L’Amiga 1000 è stata la prima macchina seria su cui sono stato in grado di mettere le mani. La prima su cui potevo finalmente programmare sul serio, dopo mesi passati a studiare su un libro che conoscevo ormai a memoria. Quel libro, con la sua copertina bianca e il suo stile asciutto, era stato per mesi una promessa. L’Amiga era il mantenimento di quella promessa.

E quando sull’Amiga combinavi una cavolata, quando scrivevi un programma sbagliato che mandava tutto in tilt, lo schermo diventava rosso e appariva quel messaggio: “Guru Meditation”. Non ti diceva semplicemente “hai sbagliato”. Ti diceva “medita su questo, giovane padawan”. Era un errore con una dignità che gli errori moderni si sognano.

Il nome, tra l’altro, aveva un’origine curiosa. Gli ingegneri della Commodore, durante lo sviluppo dell’Amiga, usavano un accessorio per videogiochi che funzionava come una specie di tappetino da meditazione elettronico: dovevi stare immobile in equilibrio, e se ti muovevi perdevi. Lo usavano per rilassarsi durante le sessioni di debug. Quando dovettero inventare un nome per il messaggio di errore più grave del sistema, scelsero quello: Guru Meditation. Un omaggio a quelle pause di relax tra un bug e l’altro.

Ritrovarmi davanti a quel messaggio, a distanza di tutti questi anni, seduto alla stessa scrivania ma in una casa diversa, in una vita diversa, con più capelli bianchi e meno certezze, mi ha fatto sorridere. Ma era un sorriso strano, di quelli che ti arrivano quando meno te lo aspetti e che portano con sé un peso che non sapevi di avere.

Credo che gran parte della mia carriera sia nata proprio grazie a quell’Amiga 1000 e alle notti che ci ho trascorso sopra. Notti in cui avrei dovuto studiare e invece scrivevo programmi. Notti in cui il resto del mondo dormiva e io ero sveglio, illuminato solo dal bagliore del monitor, convinto di stare costruendo qualcosa di importante. Forse lo stavo facendo davvero, anche se non nel modo in cui pensavo.

È strano come funziona la memoria. Come bastino due parole, “Guru Meditation”, per aprire una porta che pensavi chiusa. Per farti sentire, per un istante, il peso di tutti gli anni che sono passati e, allo stesso tempo, l’assurdità del fatto che tu sia ancora qui, ancora a fare le stesse cose, ancora a combinare gli stessi errori.

Solo che adesso, invece di un computer grande come una valigetta, ho un minuscolo circuito grande quanto un francobollo. I libri sono stati sostituiti da pagine web. E io, invece di avere vent’anni e tutto il tempo del mondo, ho i capelli grigi e un progettino natalizio da finire prima che finiscano le vacanze.

Ma sai cosa? Il brivido è lo stesso. Quella piccola scarica di adrenalina quando finalmente funziona, quando lo schermo si illumina, quando qualcosa che prima non esisteva prende vita perché tu gli hai detto di farlo. Quello non è cambiato. Quello, forse, è l’unica cosa che non cambierà mai.

E se tra altri trentacinque anni, da qualche parte, un messaggio di errore mi farà di nuovo sorridere, beh, vorrà dire che avrò fatto qualcosa di giusto.

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