Diciannove anni

Photo by Xavi Cabrera on Unsplash

Tra pochi giorni il mio primogenito compie diciannove anni e io continuo a chiedermi chi abbia premuto il fast-forward sulla nostra vita. Mi sembra ancora di sentire il profumo asettico della clinica milanese dove lo presi in braccio per la prima volta. Lui non piangeva, non faceva scene. Mi guardava soltanto, con una calma quasi impertinente, come se fossi io quello appena arrivato al mondo. Io invece ero già fradicio di emozione e completamente inadatto a restituire la stessa intensità.

E adesso eccoci qui, a contare fino a diciannove. Ha iniziato l’università, ha superato gli esami di metà semestre e continua a muoversi in quella sua maniera un po’ svagata solo in superficie. Lo dice anche sua sorella, con la sua capacità chirurgica di cogliere l’essenza delle persone. Sembra distratto, poi però arriva sempre dove deve arrivare. E guai a contraddirla, che lei non spreca parole inutili.

Tra una lezione e l’altra si è persino trovato un lavoro. Non ha chiesto consigli, non ha chiesto aiuto. Ha fatto tutto in silenzio, come se la cosa più naturale del mondo fosse diventare grande senza avvisare nessuno. Solo quando era tutto praticamente deciso me ne ha parlato. Un posto di addetto alle vendite in un supermercato locale, la domenica, dalle otto alle diciassette. Stipendio modesto, ma abbastanza per permettergli quei piccoli lussi che a diciannove anni sembrano conquiste epiche.

Sono contento che abbia scelto di mettersi alla prova. Credo davvero che un incontro ravvicinato con il mondo del lavoro faccia bene a quell’età. L’unico suggerimento che gli ho dato è stato di non prendere mai un contratto come una tavola sacra e intoccabile. Pare l’abbia preso alla lettera, perché ha negoziato l’ora di inizio per riuscire a incastrare gli orari dei mezzi. Lo so, è una cosa piccola, ma io l’ho vista come un passo deciso verso l’autonomia.

Un altro pezzo da giostrare nella vita quotidiana tra università, palestra, fidanzata, padre e madre.

E quindi sì, compie diciannove anni. E mentre pensavo al suo regalo mi sono reso conto che in questi mesi ha fatto un percorso che a volte gli adulti veri rimandano per anni. Trasloco, università, vita quotidiana che si muove come un Tetris impazzito, prime responsabilità economiche. Tutto affrontato con quella sua serena testardaggine un pochino svagata e sfrontata.

Così ho deciso di riportarlo indietro. Un piccolo viaggio nel tempo dentro una scatola colorata. Ho comprato un set Lego, perché quando era bambino ci passava ore e ore e forse c’è una parte di lui che non ha mai smesso di farlo. Ho impacchettato tutto con un fiocco robusto e ho scritto un biglietto che assomigliava più a una lettera che a un augurio.

Ieri sera gliel’ho consegnato. Ha letto la lettera, ha scartato il regalo e sul suo volto si è aperto un sorriso limpido, autentico, uno di quelli che non si possono inventare. E in quel momento ho capito che il regalo vero era quello. Un sorriso che vale più di qualsiasi Lego al mondo.

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