
Sono oramai quasi trentacinque anni che lavoro in maniera stabile, il che significa che ho attraversato almeno tre ere geologiche del capitalismo, due rivoluzioni industriali che nessuno ha avuto la cortesia di chiamare così, e un numero imprecisato di apocalissi tecnologiche che avrebbero dovuto renderci tutti obsoleti e che invece ci hanno semplicemente resi più stanchi. Trentacinque anni sono un tempo sufficiente per vedere nascere, crescere, prosperare e morire intere categorie professionali. Trentacinque anni sono abbastanza per ricordare quando il fax era il futuro e l’email una curiosità accademica. Trentacinque anni sono esattamente il tempo che serve per trasformare l’entusiasmo in nostalgia e la nostalgia in una forma sottile di malinconia che si manifesta ogni volta che qualcuno pronuncia la parola “startup” con quella particolare luce negli occhi che una volta avevi anche tu.
Ricordo perfettamente il mio primo giorno di lavoro in quella software house (sì, allora era tremendamente cool chiamarsi così, con quell’anglicismo che sapeva di Silicon Valley e di futuro luminoso, prima che Silicon Valley diventasse sinonimo di venture capitalist cocainomani e di CEO che twittano insulti alle tre di notte). Era una software house strettamente legata a una multinazionale inglese, il che ai tempi conferiva un’aura di rispettabilità che oggi farebbe sorridere, considerato che gli inglesi hanno poi dimostrato di non saper gestire nemmeno la propria uscita da un’unione commerciale senza trasformarla in una commedia degli equivoci degna di Ionesco.
Potevo finalmente mettere le mani su quelle macchine di cui all’università avevo solo letto e che mi affascinavano per la loro architettura con la stessa intensità con cui, immagino, un apprendista di Brunelleschi doveva guardare i progetti della cupola del Duomo. Unix System V, cosa vi era di più bello? Era come entrare in una cattedrale del pensiero computazionale, dove ogni comando aveva una sua eleganza spartana, dove la riga di comando era poesia e il kernel era Dio (o quantomeno una sua ragionevole approssimazione per chi, come me, aveva abbandonato ogni pretesa metafisica tradizionale in favore di una più confortevole teologia dei semiconduttori).
Ricordo con una precisione che rasenta il patetico la maggior parte dei miei compagni di corso finire ad occuparsi di bolle e fatture su sistemi che, al confronto con quelli a cui avevo accesso io, erano l’equivalente informatico di una carrozza trainata da cavalli in un’epoca di automobili. Mentre loro combattevano con database relazionali che avrebbero fatto piangere Codd, io navigavo in un mondo di workstation dove la parola “rete” significava qualcosa di reale e tangibile, non una metafora per descrivere le nostre dipendenze affettive dai social media. Ero gasatissimo, come si diceva allora, con un entusiasmo che oggi mi sembra appartenere a un’altra persona, a un’altra vita, a un’altra cosmologia emotiva. Facevo delle cose fighe e mi divertivo parecchio, che è poi l’unico criterio sensato per valutare un’esistenza professionale, anche se il capitalismo tardivo preferirebbe che parlassimo di “crescita personale” e “sviluppo delle competenze” e altre amenità da consulente aziendale che, nonostante tutto, non sono.
In quel tempo, ammiravo profondamente gli Stati Uniti con la devozione acritica che si riserva alle divinità dell’adolescenza prima che l’età adulta ne riveli i piedi d’argilla. Tutta la tecnologia che mi intrippava veniva da lì, da quella nazione che sembrava avere il monopolio del futuro, e avrei fatto carte false per passare del tempo in quel paese. Non carte false in senso letterale, sia chiaro, che non sono mai stato incline all’attività criminale, ma carte false in senso metaforico: avrei sacrificato tempo, sonno, relazioni sociali, e probabilmente anche qualche principio minore per l’opportunità di respirare quell’aria che sapeva di innovazione e possibilità.
Ci sono poi stato molte volte, negli Stati Uniti, e in alcune occasioni per lunghi periodi di tempo, abbastanza per capire che l’America che ammiravo era in larga parte una costruzione mentale, un’allucinazione collettiva alimentata da film hollywoodiani e da riviste di informatica tradotte malamente. Ne sono sempre tornato carico a pallettoni, questo sì, con la testa piena di idee e le valigie piene di gadget elettronici che in Italia sarebbero arrivati mesi dopo a prezzi triplicati. Ma ogni volta che tornavo, portavo con me anche un grammo in più di quella che Schopenhauer avrebbe chiamato la “conoscenza intuitiva della cosa in sé”, ovvero la consapevolezza crescente che c’era qualcosa di profondamente sbagliato in quel paradiso tecnologico.
Ricordo Boston con il primo cellulare che poi sarebbe diventato Android, quando Android era ancora un’idea bizzarra e non l’onnipresente sistema operativo che oggi controlla le nostre vite con la gentile fermezza di un dittatore benevolo. Ricordo l’eccitazione quasi fisica di vedere le prime reti wireless con standard proprietari, quella meraviglia infantile di fronte alla magia di vedere scomparire i cavi, come se la liberazione dalla tirannia dell’ethernet fosse una metafora della liberazione dalla tirannia di ogni vincolo materiale (e quanto ci sbagliavamo, visto che oggi siamo più incatenati che mai, solo che le catene sono invisibili e passano attraverso server farm grandi come città). Ricordo i giri in Harley Davidson a San Francisco e nella Death Valley quando avevo del tempo libero, quella sensazione di libertà cinematografica che solo una motocicletta americana può dare su strade americane, prima che mi rendessi conto che anche quello era un prodotto culturale accuratamente confezionato per l’esportazione, un mito costruito su fondamenta di benzina e testostrerona e una certa idea di mascolinità che oggi farebbe ridere se non facesse piangere.
Poi questo entusiasmo è lentamente scemato nel corso degli anni, con la gradualità inesorabile con cui l’acqua erode la pietra, con la pazienza geologica con cui la disillusione consuma l’idealismo. Non è stato un crollo improvviso, un’epifania negativa, un momento preciso in cui mi sono svegliato e ho pensato “ma che cazzo”. È stata piuttosto un’erosione progressiva, una serie di piccole crepe che alla fine hanno fatto crollare l’edificio intero. Ultimamente vivo ogni viaggio negli Stati Uniti come una enorme rottura di coglioni, e mi scuso per il francesismo ma non esiste espressione italiana che catturi con altrettanta precisione quella miscela di fastidio, stanchezza e rassegnazione che provo ogni volta che devo attraversare l’Atlantico in direzione ovest. Sicuramente una rottura di coglioni di livello 10 nella scala del vicequestore Rocco Schiavone.
Continuo a essere estremamente affascinato dalla tecnologia, sia chiaro, e da questo punto di vista in quel paese c’è davvero tanto da imparare. Silicon Valley continua a sfornare innovazioni con la regolarità di una panetteria industriale, e le università americane continuano a produrre ricerca che lascia a bocca aperta. Ma la tecnologia non esiste nel vuoto, esiste in un contesto sociale, economico e politico, ed è quel contesto che è diventato per me sempre più indigeribile, come un piatto che ami ma che ti fa venire il bruciore di stomaco ogni volta che lo mangi.
Quello che fatico a tollerare è tutto il resto, e quando dico “tutto il resto” intendo quella particolare miscela di arroganza imperiale, di culto delle armi, di sistema sanitario da incubo distopico, di razzismo sistemico appena mascherato da retorica meritocratica, di fondamentalismo religioso che determina le politiche pubbliche, di diseguaglianza economica così estrema da sembrare parodistica. In realtà non è che faccia fatica a tollerarlo, non lo accetto proprio. E direi che è perfettamente inutile che spieghi quali siano le motivazioni nel dettaglio, perché chiunque abbia un minimo di attenzione per il mondo sa esattamente di cosa sto parlando. Basta aprire qualsiasi giornale per capire, basta seguire le notizie per una settimana, basta avere occhi per vedere e orecchie per sentire (a meno che quegli occhi e quelle orecchie non siano stati preventivamente sigillati da Fox News e da quella particolare forma di propaganda che si spaccia per informazione).
L’anno scorso mia figlia ha deciso di spendere il suo quarto anno di superiori all’estero, una di quelle esperienze formative che io alla sua età potevo solo sognare, guardando film americani in cui adolescenti con zaini troppo grandi e problemi troppo piccoli vivevano avventure in licei che sembravano set cinematografici (e in effetti spesso lo erano). Accidenti, avessi potuto permettermelo io alla sua età. Ero molto contento della sua decisione, di quella voglia di esplorare il mondo che evidentemente non le ho trasmesso solo geneticamente ma anche, oso sperare, attraverso l’esempio di una vita spesa a cercare di capire cosa c’è oltre l’orizzonte.
Dopo qualche settimana di selezione delle varie destinazioni, di ricerche online, di consultazioni con l’organizzazione che gestisce questi scambi, siamo arrivati a una shortlist che conteneva essenzialmente due opzioni: Stati Uniti e Canada. Due nazioni confinanti che condividono una lingua (più o meno), una storia coloniale (con differenze significative), e un continente (che hanno strappato ai legittimi proprietari con metodi che preferisco non approfondire in questa sede). Ma due nazioni che, negli ultimi anni, hanno intrapreso traiettorie radicalmente divergenti.
Non ho mai cercato di influenzare in nessun modo le scelte dei miei figli, perché credo fermamente che l’autonomia decisionale sia uno dei regali più preziosi che un genitore possa fare, insieme a un’educazione decente, a un tetto sopra la testa, e alla consapevolezza che il mondo è un posto complicato dove le risposte semplici sono quasi sempre sbagliate. L’unica condizione che ho sempre posto è che fossero in grado di spiegarmi i razionali di una scelta, non perché quei razionali dovessero convincermi, ma perché il processo di articolarli è di per sé formativo. Dal mio lato mi limitavo a esporre la mia personale opinione sulle varie opzioni, cercando di essere il più oggettivo possibile, il che significa che ero probabilmente molto meno oggettivo di quanto pensassi, perché l’oggettività è un mito epistemologico che crolla non appena lo si esamina con un minimo di attenzione.
In quelle settimane ho grandemente temuto che scegliesse gli Stati Uniti. È una paura che non ho condiviso con lei, perché le paure dei genitori non dovrebbero diventare le catene dei figli, e perché sapevo che la mia avversione per quel paese era diventata forse eccessiva, forse irrazionale, forse influenzata da pregiudizi che non riuscivo più a distinguere da analisi fondate. Mi sono tenuto per me questa preoccupazione, masticandola nelle ore notturne quando non riuscivo a dormire, elaborandola in quelle passeggiate mattutine che faccio per convincermi di essere ancora una persona sana.
Grandissimo respiro di sollievo quando mia figlia mi ha comunicato di aver scelto come destinazione Vancouver in Canada. Vancouver, quella città sulla costa del Pacifico che sembra un esperimento riuscito di multiculturalismo, quella metropoli dove le montagne incontrano l’oceano e dove il sistema sanitario funziona e dove nessuno ti spara per un malinteso nel traffico. E questo sollievo è diventato ancora più grande dopo aver ascoltato il discorso di Mark Carney a Davos, quel manifesto di sanità mentale politica che ha ricordato al mondo che esistono alternative al modello americano, che il capitalismo può essere regolato, che la democrazia può funzionare se la si difende con intelligenza e determinazione.
Stati Uniti, credo che per qualche tempo ci incontreremo a distanza. Continuerò a usare i vostri prodotti tecnologici (non ho scelta, in questo viviamo), continuerò a guardare i vostri film (quelli buoni, che esistono ancora), continuerò a leggere i vostri autori (quelli che non si sono venduti al culto del successo). Ma non credo che attraverserò presto i vostri confini, non credo che mi sottoporrò alle vostre procedure di immigrazione che trattano ogni visitatore come un potenziale terrorista, non credo che spenderò i miei soldi in un paese che ha deciso di regredire verso una forma di barbarie tecnologicamente avanzata.
Ed oltretutto, ho il passaporto scaduto da un mese.
In altri tempi, questo dettaglio burocratico mi avrebbe spinto a correre in questura, a compilare moduli, a farmi fotografare con quella faccia da carcerato che i documenti d’identità sembrano richiedere per statuto. Oggi lo prendo come un segno, come un’indicazione dell’universo (se credessi nell’universo come entità senziente, il che non faccio, ma la metafora è utile), come un’opportunità per riflettere su dove davvero voglio andare e su dove, invece, posso permettermi di non andare più.
Il passaporto scaduto è diventato, senza che io lo pianificassi, un atto di resistenza involontaria. Una forma di obiezione di coscienza burocratica. Un modo per dire no a un viaggio che non voglio più fare, senza dover spiegare a nessuno le ragioni di quel no. Quando qualcuno mi chiede se andrò negli Stati Uniti per lavoro, posso semplicemente scrollare le spalle e dire “ho il passaporto scaduto”, e quella è una spiegazione che tutti capiscono e che nessuno mette in discussione.
Forse lo rinnoverò, un giorno. Forse le cose cambieranno, forse quell’America che ho amato tornerà a esistere, forse era solo un’illusione e non c’è niente a cui tornare. Nel frattempo, mi tengo questo documento scaduto come promemoria di tutte le cose a cui ho smesso di credere e di tutte le cose a cui, nonostante tutto, continuo ostinatamente a credere.
Sono stato piuttosto tragicomico in questa conclusione. In realtà il passaporto lo rinnoverò nelle prossime settimane e non perché devo viaggiare verso gli Stati Uniti. A giugno mia figlia si diploma ed io voglio essere là a godermi lo spettacolo. Non attraverso l’obiettivo del mio telefono cellulare ma attraverso i miei occhi.
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