Il diario

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Il diario, il taccuino, l’agenda, lo sketchbook, il bullet journal, il commonplace book, il traveler’s notebook e altre dozzine di oggetti che, a ben guardare, si assomigliano tutti in maniera sospetta. Sono tutti, in definitiva, fasci di fogli rilegati insieme con l’ambizione di contenere qualcosa che meriti di essere contenuto. Un’ambizione nobile, certo, ma che negli ultimi tempi ha assunto i contorni di un contagio da cartoleria che si propaga per osmosi algoritmica.

Non so per quale oscura ragione, ma in queste ultime settimane su Substack sono stato travolto da una valanga di post dedicati alla gestione degli oggetti di cui sopra. Ho il fondato sospetto di avere aperto, in un momento di debolezza intellettuale (forse era sera, forse avevo bevuto, forse entrambe le cose), un paio di articoli sull’argomento. Da quel preciso istante, l’algoritmo di Substack ha deciso, nella sua infinita e imperscrutabile saggezza, che io fossi realmente interessato alla materia. Come se avere aperto per errore la porta di una setta significasse automaticamente volersi iscrivere.

Confesso che in alcuni casi, attirato da titoli che promettevano rivelazioni epifaniche del tipo “Il sistema definitivo per organizzare la tua vita in 47 taccuini diversi”, mi sono spinto a leggere, alimentando ulteriormente la bestia algoritmica. Mi sono ritrovato in una spirale di carta millimetrata da cui è difficile uscire. In inglese direbbero che sono finito nel rabbit hole, espressione che ha un che di letterario, evoca Lewis Carroll e quel senso di meraviglia che precede la follia. Ma io sono italiano e, dove posso, in italiano scrivo e italiano ragiono. E poi, diciamocelo, un coniglio che scava tane in italiano fa lo stesso identico buco di un coniglio anglofono.

Immagino che voi lo sappiate già, ma sul tema del “tenere un diario” si apre un universo denso delle più agghiaccianti perversioni. Perversioni che farebbero impallidire il Marchese de Sade, il quale almeno aveva la decenza di limitare le sue ossessioni a campi più tradizionalmente scandalosi. Ho scoperto, con un misto di orrore e fascinazione antropologica, che qualcuno coltiva anche sei diari contemporaneamente, ognuno dedicato ad uno scopo specifico: uno per i sogni (perché evidentemente i sogni meritano una residenza separata), uno per le gratitudini quotidiane (e qui Schopenhauer si rivolterebbe nella tomba, lui che della gratitudine aveva un’opinione piuttosto tiepida), uno per le riflessioni esistenziali, uno per le liste della spesa elevate a forma d’arte, uno per i progetti futuri e uno, presumo, per annotare quanti diari si possiedono.

Immagino che per portarseli tutti appresso queste persone usino una carriola. O forse un mulo. O forse hanno semplicemente rinunciato a uscire di casa, il che spiegherebbe molte cose.

Anche coloro che si limitano ad uno o due artefatti (e qui uso il termine “limitano” con generosa indulgenza, come si direbbe di un alcolista che beve solo birra) si sprecano poi in metodologie ed approcci per la gestione delle pagine che farebbero invidia a un ingegnere gestionale della Toyota. Ho letto di sistemi che prevedono codici colore, indici numerati, rimandi incrociati, simboli geroglifici di dubbia interpretazione, e quella che può essere descritta solo come una forma di archeologia preventiva: tecniche per ritrovare, fra vent’anni, quella nota scritta alle tre di notte su una cena particolarmente riuscita.

Ho il fondato sospetto che queste persone spendano molto più tempo ad organizzare le pagine che non a scriverci sopra qualcosa di sensato. È un po’ come quei cuochi che passano tre ore a disporre gli ingredienti in ciotoline perfettamente allineate, poi cucinano per sette minuti e producono un piatto che potevi fare in mezz’ora senza tutto quel teatro. La forma che divora la sostanza. L’involucro che strangola il contenuto. Il mezzo che si mangia il fine, come direbbe Marshall McLuhan se fosse ancora vivo e avesse la sfortuna di imbattersi in un tutorial sul bullet journaling.

C’è poi tutta una sotto-categoria di ossessionati dedicata alla scelta degli strumenti. Penne stilografiche contro penne a sfera. Inchiostri blu contro inchiostri neri. Inchiostri speciali che cambiano colore con la luce, che profumano di lavanda, che sono estratti da calamari eticamente allevati in Giappone. Carte da 80 grammi contro carte da 120 grammi. Carte che non lasciano passare l’inchiostro (il famigerato “ghosting”, termine che applicato alla carta mi fa sempre pensare a relazioni sentimentali finite male con i quaderni). Rilegature cucite contro rilegature incollate. Copertine morbide contro copertine rigide. È un universo di scelte binarie che rende il dilemma di Amleto una passeggiata domenicale.

Evidentemente sono io che non riesco a cogliere la necessità. O forse, ed è un’ipotesi che mi lusinga, ho semplicemente superato quella fase della vita in cui si crede che l’ordine esteriore possa compensare il disordine mentale. Spoiler: non può. I pensieri scomposti sono gatti randagi: li cacci dalla porta, rientrano dalla finestra. Puoi comprare tutti i taccuini color turchese con chiusura elastica che vuoi, ma il casino che hai in testa troverà il modo di manifestarsi.

Alla soglia dei cinquantanove anni (una soglia che mi appresto a varcare con l’entusiasmo di chi sa che dall’altra parte lo aspetta il sessanta, numero che suona definitivamente e irrimediabilmente anziano), tendo ad essere più pragmatico. Non è saggezza, intendiamoci. È una resa incondizionata con certificato di design scandinavo. È l’arrendersi di chi ha capito che organizzare i propri pensieri è come cercare di organizzare un branco di gatti: teoricamente possibile, praticamente inutile.

Io scrivo molto spesso con carta e penna, in realtà una stilografica. Una sola, beninteso, non una collezione. Una penna che mi è stata regalata da una persona che amo, che funziona ancora perfettamente e che non ha mai richiesto tutorial su YouTube per essere utilizzata. Ogni anno compro un’agenda giornaliera, sempre della stessa marca, sempre dello stesso formato, con la prevedibilità consolatoria di chi ha trovato il suo posto nel mondo (o almeno nella cancelleria). Ed ogni giorno, o quasi, ci scrivo. Fregnacce, perlopiù. Osservazioni sul tempo atmosferico che nessuno leggerà mai. Commenti sarcastici su colleghi di lavoro che sarebbe meglio non mettere per iscritto. Liste di cose da fare che dimenticherò di controllare. E ogni tanto, per errore, qualche pensiero un pochino più profondo ci scappa. Un incidente di percorso verso il senso.

Non ho un metodo. Non ho un sistema. Non ho codici colore né indici né quella cosa che chiamano “collection” e che mi fa pensare più a francobolli che a pensieri. Ho un solo oggetto. Quando ho voglia ci scrivo. Quando non ne ho voglia me lo dimentico nello zaino, dove giace sepolto sotto chiavi, fazzoletti usati e scontrini di supermercati che non ricordo di avere mai visitato. È una relazione sana, credo. Priva di sensi di colpa. Priva di quel giudizio silenzioso del taccuino vergine che ti fissa come una suocera. Il mio diario non mi giudica. Probabilmente perché è un oggetto inanimato, ma mi piace pensare che sia anche perché ha capito il tipo.

Sono quasi quindici anni che funziona così. Prima, lo ammetto, avevo solo taccuini senza un ordine od una forma particolare. Quello che avevo sottomano in quel momento usavo. Quello che trovavo in una cartoleria che mi piaceva. Quello che mi regalavano a Natale persone che non sapevano cosa regalarmi (il taccuino è la cravatta del mondo della cancelleria: un dono sicuro, generico, che dice “non ti conosco abbastanza da azzardare qualcosa di personale, ma abbastanza da non ripiegare sul buono Amazon”). Comunque, sempre e solo uno alla volta. Mai due. Mai la mitosi dei quaderni.

C’è qualcosa di profondamente disturbante, a pensarci bene, in questa ossessione contemporanea per la documentazione della propria esistenza. Viviamo in un’epoca in cui tutto viene registrato, fotografato, postato, archiviato in cloud che non controlliamo, e tuttavia sentiamo il bisogno di aggiungere un ulteriore strato di memoria cartacea. Come se non ci fidassimo della tecnologia (e su questo avremmo ragione). Come se temessimo che senza una traccia scritta di nostro pugno la nostra vita non fosse davvero accaduta (e su questo avremmo torto, perché la vita accade indipendentemente dalla sua documentazione, chiedi a chiunque sia nato prima del 1980).

Forse è una reazione alla volatilità del digitale. Forse è nostalgia per un tempo in cui le cose avevano peso, consistenza, odore. Forse è solo marketing ben orchestrato che ha convinto milioni di persone che per essere creativi, produttivi e spiritualmente realizzati bisogna possedere un certo numero di taccuini Moleskine (azienda che, vale la pena ricordarlo, è stata fondata nel 1997 a Milano e non ha nulla a che fare con Hemingway, Chatwin e Picasso, che usavano taccuini prodotti da un cartolaio parigino fallito negli anni Ottanta, ma questo è un dettaglio che il marketing ha convenientemente omesso).

Kierkegaard scriveva che la vita può essere compresa solo guardando indietro, ma deve essere vissuta guardando avanti. Non ricordo se avesse un diario (probabilmente sì, era danese e i danesi hanno un rapporto morboso con l’introspezione), ma sospetto che se ne avesse uno solo, senza codici colore, senza indici e senza quella cosa che oggi chiamerebbero “sistema”. E nonostante questo, o forse proprio per questo, è riuscito a produrre abbastanza materiale da far disperare generazioni di studenti di filosofia.

Per chiudere, e prometto che chiudo davvero perché anche le divagazioni hanno un limite (limite che probabilmente ho superato da un pezzo, ma ormai siamo qui), mi sono convinto che molti là fuori abbiano bisogno di farsi raccomandare un metodo. È una forma di esternalizzazione della responsabilità. Se qualcun altro ti dice come fare, il fallimento non è davvero colpa tua. “Ho seguito il metodo, il metodo non ha funzionato, quindi non sono io il problema.” È confortante. È deresponsabilizzante. È profondamente umano.

Mi immagino anche che ne provino a profusione, questi metodi. Bullet journal per tre settimane, poi passaggio al commonplace book perché lo facevano gli intellettuali rinascimentali (e chi non vuole sentirsi un intellettuale rinascimentale?), poi conversione al morning pages perché l’ha detto Julia Cameron, poi ritorno al diario classico perché in fondo la tradizione ha un suo perché. Una rotazione perpetua degli strumenti che maschera l’immobilità delle idee.

Forse, e qui azzardo un’interpretazione psicanalitica da bar sport, la realtà delle cose è che non hanno nulla di particolare da scrivere. E non c’è niente di male in questo. Non tutti abbiamo vite che meritano di essere documentate minuto per minuto. Non tutti abbiamo pensieri così profondi da richiedere sei taccuini separati per contenerli. La maggior parte di noi vive esistenze ragionevolmente ordinarie, fatte di caffè bevuti, treni presi, riunioni subite, cene cucinate, figli cresciuti e giornate che si assomigliano abbastanza da non meritare singola menzione. E va bene così. È dignitoso. È onesto. È tremendamente normale.

Questi salti da un oggetto all’altro, da un metodo all’altro, da un sistema all’altro non sono altro che un modo efficace per evitare di mettersi di fronte ad una pagina vuota. Perché la pagina vuota non ti giudica: è peggio, ti ignora. Ti costringe a fare i conti con il fatto che forse, in questo preciso momento, non hai niente da dire. E spesso la risposta onesta sarebbe proprio questa. Ma questo non lo puoi scrivere, perché suonerebbe come una sconfitta. Meglio allora occuparsi del contenitore, della forma, del sistema. Meglio parlare di come si scrive piuttosto che scrivere. Rimandare con metodo certificato.

Che poi mica te lo ha prescritto il medico di dovere riempire un diario. O forse sì? Forse esiste una branca della medicina che mi è sfuggita, la grafoterapia preventiva, che raccomanda dosi giornaliere di inchiostro su carta come si raccomandano vitamine e omega-3. “Mi raccomando, signor Rossi, almeno tre pagine al giorno, preferibilmente a mano, con penna stilografica caricata a inchiostro blu. Eviti i pennarelli, fanno male al fegato.”

Io nel frattempo continuerò con la mia agenda sola. Continuerò a scriverci le mie fregnacce quotidiane, i miei pensieri occasionali, le mie liste dimenticate. Continuerò a dimenticarmela nello zaino quando la vita è troppo occupata per essere documentata. E quando qualcuno mi chiederà qual è il mio metodo, risponderò con l’unica verità che conosco: non ne ho uno. E funziona benissimo.

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