Appendere i ricordi

Per gentile concessione di Paolo Celotto

Nel momento in cui queste quattro parole verranno lette il Natale sarà già evaporato, dissolto in quel limbo temporale che separa il ventisette dicembre dal capodanno, quella settimana in cui nessuno sa più che giorno sia e tutti vagano per casa in pigiama mangiando avanzi di pandoro con la dignità di un filosofo greco in esilio. Ma in questo preciso istante, mentre scrivo, sono ancora immerso fino al collo nella liturgia dell’impacchettamento, quella pratica che trasforma ogni essere umano adulto in un bambino delle elementari alle prese con un lavoretto troppo ambizioso per le sue capacità motorie.

Eppure insisto. Ogni anno insisto. C’è qualcosa di testardo e forse persino di nobile in questa ostinazione, in questo rifiuto di delegare a sacchetti regalo anonimi o, Dio non voglia, a quelle buste di carta con i manici che urlano “non ho avuto tempo né voglia di pensarci davvero”. No. Io voglio la carta, il nastro, il fiocco deforme. Voglio che chi riceve il regalo sappia che ci ho messo le mani, letteralmente, e che quelle mani non sono particolarmente dotate per le arti manuali ma ci hanno provato lo stesso, con amore e con una certa dose di imprecazioni sottovoce.

Ora mi sto dedicando ad impacchettare due stampe che ho acquistato durante la mia ultima visita a Libri in Cantina presso il castello di San Salvatore a Susegana, e devo fermarmi un attimo a parlare di questo posto e di questo evento perché merita molto più di una menzione di passaggio. Se non avete mai avuto modo di andarci, consiglio vivamente di rimediare alla prima occasione utile, possibilmente in autunno, quando le colline venete si vestono di quei colori che sembrano usciti dalla tavolozza di un pittore impressionista che ha bevuto un bicchiere di Prosecco di troppo e ha deciso di esagerare con i gialli e gli arancioni.

Immaginate un castello vero, non una di quelle ricostruzioni turistiche con il negozietto di souvenir e la caffetteria con i prezzi maggiorati. Un castello con mura antiche che trasudano storia, cortili dove il tempo sembra essersi fermato a fare due chiacchiere con il passato, e poi le cantine, naturalmente, perché siamo pur sempre in Veneto e nessun edificio storico che si rispetti può esistere senza una cantina degna di questo nome. E fra queste mura, libri. Libri ovunque. Libri, libri nuovi, libri rari, libri dimenticati, libri che aspettano solo di essere riscoperti da qualcuno che sappia ancora riconoscere la differenza tra una prima edizione e una ristampa economica.

C’è qualcosa di leggermente eversivo nel comprare libri in un castello. Come se l’atto stesso della lettura fosse una forma di resistenza clandestina, una cospirazione gentile contro l’impero del digitale, dello scroll infinito, del contenuto che dura quindici secondi e poi svanisce per sempre sostituito da altro contenuto identico e intercambiabile. In quel castello, circondato da volumi che profumano di carta e di tempo, ho sentito per un attimo di appartenere a una confraternita segreta, quella dei lettori ostinati, dei compratori compulsivi di cose rilegate che non entreranno mai in tasca ma che occupano spazio sugli scaffali con una dignità che nessun file digitale potrà mai eguagliare.

Ma questa volta non ho comprato libri. O meglio, ne ho comprati, naturalmente, perché uscire da un posto del genere senza almeno tre o quattro volumi (in realtà sono stati molti di più) sotto braccio sarebbe stato un affronto alla decenza e al buon gusto, ma la vera scoperta della giornata è stata un’altra.

Ho acquistato due stampe prodotte da una tipografia che si definisce “filopoetica” e che si chiama Neldubbiostampo. Già il nome meriterebbe un saggio a parte, una dissertazione sul genio italico che sa condensare in una sola parola un intero manifesto filosofico. Nel dubbio, stampo. Come dire: quando la vita ti mette di fronte a una scelta e non sai cosa fare, quando il mondo sembra impazzito e le certezze vacillano, quando tutto appare confuso e contraddittorio, tu stampa. Stampa parole, stampa immagini, stampa quello che conta, quello che vuoi che resti, quello che hai bisogno di vedere davanti agli occhi ogni giorno per ricordarti chi sei e cosa ami. Nel dubbio, lascia un segno tangibile del tuo passaggio, qualcosa che resista al tempo e all’oblio digitale, qualcosa che si possa toccare e appendere e guardare.

Confesso che avrei voluto comprare molto più di quello che ho comprato, e non riesco ancora a spiegarmi per quale motivo io non lo abbia fatto. Forse una forma di pudore economico del tutto fuori luogo, forse la paura di sembrare eccessivo, forse quella vocina nella testa che a volte si fa viva nei momenti meno opportuni per sussurrarti che non hai bisogno di altre cose, che la casa è già piena, che dovresti essere più minimale, più essenziale, più zen. Quella vocina andrebbe zittita con più frequenza. Quella vocina non capisce niente della vita e delle sue piccole gioie materiali, della felicità che può dare un oggetto bello e inutile e perfettamente superfluo, della poesia che si nasconde nelle cose fatte bene da persone che amano quello che fanno.

Lo stand di Neldubbiostampo era presidiato con cura, passione ed amore da Paolo Celotto. Persona squisita e di gentilezza d’altri tempi. Insieme alla mia fidanzata ci ha guidato con pazienza estrema alla composizione ed alla stampa di una frase di una poesia su una pagina di un atlante. Affascinante. Avrei voluto fargli mille domande e, probabilmente, le farò non appena ne troverò il coraggio.

La foto che campeggia in cima a queste parole è una sua stampa ed una di quello che ho acquistato. Naturalmente prima di utilizzarla ho chiesto il permesso e Paolo Celotto è stato così gentile da concedermelo. (Lo trovate qui: https://www.instagram.com/neldubbiostampo)

Ho portato due di queste stampe ad incorniciare presso una bottega di Como che si chiama Il Corniciaio, di proprietà di Guido Zamatto. E qui devo aprire un’altra parentesi, perché questa parentesi merita di essere aperta e lasciata spalancata per un po’. Viviamo in un’epoca in cui tutto è rapido, efficiente, ottimizzato. Ordini online, ritiri in ventiquattro ore, interazioni ridotte al minimo sindacale, sorrisi di cortesia che durano il tempo di uno scontrino. E va bene, per carità, anche io apprezzo la comodità di ricevere un pacco senza dover parlare con nessuno, anche io a volte benedico l’anonimato delle transazioni digitali che mi risparmiano la fatica della socialità.

Ma poi entri in una bottega come quella di Guido Zamatto e ti ricordi cosa significa comprare qualcosa da un essere umano. Un essere umano che quel lavoro lo ama, lo conosce, lo pratica con una competenza che si è costruita negli anni, nelle mani, negli occhi che sanno riconoscere la cornice giusta per quella stampa, la passepartout perfetta, l’equilibrio sottile tra il soggetto e la sua presentazione. Al di là della esecuzione perfetta del lavoro, che quella era scontata fin dal momento in cui ho varcato la soglia, è stato molto piacevole intrattenersi con il proprietario e discutere della passione per il suo mestiere.

Abbiamo parlato di carta, di legno, di vetro. Abbiamo parlato di clienti e di gusti che cambiano. Abbiamo parlato di quanto sia difficile mantenere viva una bottega artigiana in un mondo che sembra sempre meno interessato all’artigianato e sempre più affascinato dalla riproduzione seriale. Abbiamo parlato, semplicemente, e quel tempo speso a parlare è stato un grandissimo regalo. Più grande, forse, delle cornici stesse. Perché le cornici le puoi comprare ovunque, ma una conversazione vera, di quelle che ti lasciano qualcosa, di quelle che ti fanno uscire da un negozio un po’ diverso da come ci eri entrato, quelle sono rare e preziose e vanno riconosciute per quello che sono.

Ora mi sto proprio dedicando a mettere un bel fiocco a quelle due stampe che ho fatto incorniciare e che ho intenzione di regalare alla mia fidanzata. E mentre maneggio la carta e il nastro, mentre lotto con le mie solite inadeguatezze manuali, mentre il fiocco assume la sua consueta forma leggermente disastrata, mi fermo. Mi fermo perché qualcosa succede. Una di quelle epifanie improvvise che ti colgono nei momenti più improbabili, mentre stai facendo qualcosa di ordinario e apparentemente insignificante.

Quando ho tirato fuori le stampe dal pacchetto ho avuto una epifania. E lo so che la parola epifania suona grossa, pomposa, forse eccessiva per descrivere quello che è successo in quel momento nel mio soggiorno tra scatoloni e nastri colorati. Ma non trovo un altro termine adeguato. È stata davvero una rivelazione, un lampo di comprensione che ha illuminato qualcosa che era sempre stato lì, davanti ai miei occhi, ma che non avevo mai visto con questa chiarezza.

Queste due stampe sono un grandissimo ricordo di quella giornata che abbiamo speso insieme. Non sono solo carta e inchiostro e una bella cornice scelta con cura. Sono la condensazione fisica di ore trascorse a camminare tra bancarelle di libri, a sfogliare volumi antichi, a commentare copertine e titoli con la complicità di chi condivide la stessa malattia incurabile per la parola scritta. Sono un ricordo della stampa che il proprietario di Neldubbiostampo ci ha permesso di comporre da soli, lettera per lettera, con quella pazienza che hanno solo gli artigiani veri, quelli che capiscono che il processo è importante quanto il risultato. Sono un ricordo di un tempo sospeso che è valso la pena spendere tra libri, vecchie mura ed ottima compagnia.

E in quel momento ho realizzato qualcosa che forse sapevo già ma che non avevo mai formulato con questa precisione: questi ricordi devono assolutamente essere appesi ai muri di casa.

Pensateci un attimo. Quante fotografie avete scattato negli ultimi dieci anni? Migliaia, probabilmente. Decine di migliaia, forse. Viaggi, compleanni, cene, tramonti, gatti in pose buffissime, piatti di cibo che sembravano opere d’arte e che avete sentito il bisogno irresistibile di documentare prima di mangiarli. Momenti importanti e momenti futili, momenti che volevate ricordare per sempre e momenti che avete già dimenticato anche se la fotografia è ancora lì, da qualche parte, in uno dei tanti contenitori digitali che ospitano la nostra memoria esternalizzata.

E quante di queste fotografie guardate regolarmente? Quante volte all’anno sfogliate quegli archivi sterminati di immagini? Quante volte vi concedete il lusso di rivivere quei momenti attraverso i pixel che li hanno catturati?

La risposta, almeno nel mio caso, è: troppo raramente. Scandalosamente raramente. Quelle fotografie esistono in una sorta di limbo digitale, né vive né morte, presenti ma invisibili, conservate con cura maniacale in backup multipli e cloud ridondanti ma sostanzialmente ignorate, dimenticate, sepolte sotto strati e strati di nuove immagini che a loro volta verranno dimenticate e sepolte.

C’è qualcosa di profondamente sbagliato in questo. Qualcosa che assomiglia a un tradimento. Abbiamo vissuto quei momenti, li abbiamo giudicati abbastanza importanti da volerli immortalare, abbiamo estratto il telefono dalla tasca e abbiamo detto al mondo: questo istante conta, questo istante merita di essere salvato. E poi lo abbiamo condannato all’ergastolo in una cartella che non apriremo mai più.

I ricordi meritano di meglio. I ricordi devono essere sotto i tuoi occhi in ogni momento possibile. Gli si deve dare la possibilità di evocare i ricordi di quei momenti piacevoli, di quei viaggi che ci hanno cambiato, di quelle persone che amiamo, di quei luoghi che portiamo nel cuore. I ricordi non sono fatti per essere archiviati. Sono fatti per essere vissuti e rivissuti, per entrare nella nostra quotidianità, per ricordarci ogni giorno chi siamo e da dove veniamo e cosa abbiamo amato lungo la strada.

Per questa ragione, con largo anticipo rispetto ai buoni propositi per l’anno a venire, ho deciso di riprendere le migliaia di fotografie che ho scattato negli ultimi anni. Selezionerò quelle che evocano emozioni vere, quelle che mi fanno sorridere o commuovere o pensare. Le stamperò in medio formato, con la cura che meritano. Le farò incorniciare, magari tornando da Guido Zamatto per un’altra di quelle conversazioni che valgono più del servizio stesso. E le appenderò in tutta casa.

Nei corridoi, nelle stanze, negli angoli che ora sono vuoti e anonimi. Voglio essere circondato dai miei ricordi. Voglio che mi accompagnino mentre faccio colazione, mentre leggo, mentre semplicemente passo da una stanza all’altra senza una meta precisa. Voglio che siano lì, silenziosi ma presenti, a ricordarmi che questa vita l’ho vissuta davvero, che questi momenti sono accaduti, che queste persone e questi luoghi hanno contato qualcosa.

Provo il grande desiderio di essere circondato dai ricordi di quei momenti e di non lasciarli in un freddo contenitore digitale che consulto troppo raramente. Perché un contenitore digitale, per quanto capiente e ben organizzato, rimane freddo. Non ha presenza fisica, non occupa spazio nel mondo reale, non cattura la luce del mattino e non cambia colore a seconda dell’ora del giorno. Una fotografia appesa al muro vive. Respira insieme alla casa. Dialoga con il resto dell’arredamento, con le persone che passano, con il tempo che scorre.

I ricordi vanno coltivati, ed appesi. Vanno innaffiati con lo sguardo quotidiano, nutriti con l’attenzione di chi sa che la memoria ha bisogno di supporti fisici per restare viva. Vanno liberati dalle prigioni digitali in cui li abbiamo rinchiusi e riportati nel mondo delle cose tangibili, delle cornici di legno, dei chiodi piantati nei muri, degli spazi conquistati centimetro dopo centimetro.

Questo è il mio buon proposito anticipato. Questo è il regalo che voglio fare a me stesso e alla mia casa e a tutti i ricordi che meritano di essere visti e rivisti ogni giorno. E se il fiocco sul pacco non sarà perfetto, pazienza. L’imperfezione, in fondo, è solo un altro modo di dire che ci ho messo le mani. E le mani, anche quando non sanno fare i fiocchi, sono sempre meglio degli algoritmi.

Mi rendo conto che questi miei scritti sono di infinita lunghezza. Chiudete quando volete.

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