
Sto impacchettando gli ultimi regali di Natale per le persone cui voglio bene e la mia scrivania ha assunto l’aspetto di un campo di battaglia dopo uno scontro particolarmente cruento tra carta da regalo e nastro adesivo. Ci sono ritagli ovunque, frammenti di fiocchi che sembrano essersi riprodotti spontaneamente durante la notte, pezzi di scotch appiccicati in luoghi dove non ricordo di averli messi e, da qualche parte sotto questo strato geologico di detriti natalizi, dovrebbero nascondersi le forbici che sto cercando da almeno dieci minuti. Probabilmente hanno sviluppato una forma di coscienza e hanno deciso di fuggire, terrorizzate dall’ennesimo taglio approssimativo che le attendeva.
Questo momento dell’anno mi piace in modo particolare, e non solo perché mi offre l’occasione di trasformare la mia postazione di lavoro in qualcosa che assomiglia al retrobottega di una cartoleria dopo un terremoto. Mi piace perché vedere quei pacchetti allineati, alcuni decorosamente confezionati e altri che tradiscono una certa disperazione nella fase finale dell’impacchettatura, mi riempie di aspettative. Sono aspettative piacevoli, cariche di quella tensione gentile che precede il momento della verità.
Perché il Natale, per chi fa regali con una certa serietà, è fondamentalmente un esame. Un esame che dura tutto l’anno e che si conclude in quei pochi secondi in cui la carta viene strappata via e sul volto della persona che riceve il regalo compare un’espressione. In quell’istante scopro se sono stato in grado di cogliere un desiderio, magari sussurrato distrattamente davanti a una vetrina in primavera, oppure intuito da un commento apparentemente casuale fatto durante una cena estiva. Fare regali, quelli veri, richiede una forma di attenzione che assomiglia allo spionaggio ma con intenzioni decisamente più nobili. Bisogna ascoltare quando le persone non sanno di essere ascoltate, annotare mentalmente quelle frasi che iniziano con “mi piacerebbe” o “prima o poi dovrei”, catalogare desideri che spesso nemmeno chi li esprime riconosce come tali.
Ma ora arriva la parte che preferisco in assoluto, quella che mi distingue dalla massa di confezionatori seriali che si limitano a infilare oggetti in sacchetti regalo con un bigliettino grande quanto un francobollo. Arriva il tempo della scrittura dei biglietti di auguri.
Devo confessare che non sono il tipo da cartoncino preconfezionato di due centimetri per due, quelli con il bordo dorato e lo spazio appena sufficiente per una frettolosa scritta “Buon Natale!” seguita da una firma illeggibile. Quei biglietti mi hanno sempre fatto pensare a una forma di pigrizia travestita da eleganza minimalista. No, io compilo la mia lista dei regali e poi mi fermo a pensare. Penso a cosa scrivere su quel biglietto come se stessi preparando un piccolo saggio, un componimento che dovrà condensare un anno intero di affetto, osservazioni e, inevitabilmente, qualche frecciata affettuosa.
I miei biglietti di auguri sono generalmente piuttosto grandi, scelti con cura proprio per la loro capienza. Devono poter ospitare non meno di due corposi paragrafi, a volte tre se l’anno è stato particolarmente ricco di materiale. Quando scrivo questi biglietti cerco di essere spiritoso e irriverente, perché trovo che l’ironia sia il modo migliore per dire alle persone che le osservi davvero, che conosci le loro piccole manie, i loro tic caratteriali, quelle abitudini che le rendono esasperanti e adorabili allo stesso tempo. C’è sempre una nota di colore sul carattere della persona che sta per ricevere il regalo, qualcosa che la faccia ridere riconoscendosi, magari arrossire leggermente per essere stata colta sul fatto di essere esattamente se stessa.
E poi c’è la questione del contenuto del pacchetto, che non rivelo mai direttamente. Sarebbe troppo facile, troppo banale. Preferisco fornire indizi, alcuni più generici e altri volutamente fuorvianti, costruendo una piccola caccia al tesoro intellettuale che si risolverà solo quando la carta verrà finalmente aperta. È un gioco che mi diverte forse più di quanto diverta chi riceve il regalo, ma in fondo il Natale dovrebbe essere anche questo: il piacere egoistico di dare.
La scrittura dei biglietti mi porta via molto più tempo dell’impacchettatura vera e propria. Mentre per avvolgere un libro in carta decorata bastano pochi minuti e una quantità spropositata di scotch, per scrivere un biglietto degno di questo nome posso impiegare anche mezz’ora. Mi fermo, rileggo, cancello, riscrivo. Cerco la parola giusta, l’aggettivo che colga esattamente quella sfumatura che voglio trasmettere. È un lavoro artigianale, una forma di scrittura che non pubblicherò mai da nessuna parte ma che forse è quella a cui tengo di più.
Perché mentre scrivo questi biglietti mi fermo a pensare alle persone, davvero. Penso ai momenti che abbiamo trascorso insieme nell’anno che sta per concludersi, alle conversazioni, alle risate, alle difficoltà condivise. Penso a quanto sia strano e meraviglioso avere nella propria vita delle persone per cui vale la pena perdere mezz’ora a cercare le parole giuste. Penso che il regalo vero, in fondo, non è quello che sta dentro il pacchetto ma il fatto stesso di essersi fermati a pensare.
La scrivania è ancora un disastro, le forbici non le ho trovate e probabilmente userò i denti per tagliare il prossimo pezzo di nastro adesivo. Ma non importa. Ora mi sembra un pochino più Natale.
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