
Mancano una manciata di giorni a Natale. Una manciata, come si dice di qualcosa che sfugge tra le dita mentre cerchi di trattenerla, e che proprio per questo assume un valore spropositato. Perché il Natale, per chi lavora in un’azienda, non è tanto una festa quanto una linea di demarcazione temporale, un confine metafisico tra il “prima” e il “dopo”, tra l’anno che muore portandosi dietro i suoi fallimenti e quello che nasce carico di aspettative che nessuno, in cuor suo, crede davvero di poter soddisfare.
Le vacanze natalizie si profilano all’orizzonte come un miraggio nel deserto. E come tutti i miraggi, più ti avvicini più sembrano allontanarsi. Perché prima di raggiungerle devi attraversare quella terra di nessuno che è il mese di dicembre in ufficio, un luogo dove il tempo si dilata e si contrae contemporaneamente, dove le giornate durano settimane e le settimane passano in un lampo, lasciandoti con la sensazione di aver corso tantissimo senza esserti mosso di un centimetro.
È questo il periodo dell’anno in cui, per coloro che svolgono un lavoro simile al mio, si accavallano due eventi che definirei, con un eufemismo degno di un comunicato stampa aziendale, decisamente ferali. Uso questo aggettivo non a caso, perché evoca sia i feralia romani, quelle feste dedicate ai morti in cui si portavano offerte alle tombe dei defunti, sia quella sensazione di imminente catastrofe che ti prende allo stomaco quando apri il calendario e vedi le scadenze accumularsi come automobili in un tamponamento a catena.
Il primo di questi eventi è la chiusura dell’anno. Quel momento solenne e terribile in cui si fanno i conti con le promesse che hai fatto a novembre dell’anno precedente. Promesse che all’epoca sembravano ragionevoli, persino prudenti, e che ora ti fissano dallo schermo del computer con l’aria di rimprovero di un genitore deluso. “Avevi detto che avresti aumentato il fatturato del quindici per cento”, sussurrano i numeri. “Avevi giurato che avresti ottimizzato i processi”, mormorano i fogli Excel. E tu sei lì, a cercare giustificazioni plausibili, a inventare narrazioni che rendano presentabili risultati che, nella migliore delle ipotesi, si potrebbero definire “in linea con un contesto di mercato particolarmente sfidante”.
C’è qualcosa di profondamente filosofico in questo rituale annuale della resa dei conti. Kierkegaard parlava dell’angoscia come della vertigine della libertà, quel momento in cui ci rendiamo conto che le nostre scelte hanno conseguenze e che siamo responsabili di ciò che siamo diventati. Ecco, la chiusura dell’anno fiscale è esattamente questo, ma con i grafici a torta e le tabelle pivot. È il momento in cui la libertà che avevi a gennaio, quando tutto sembrava possibile, si trasforma nella dura realtà di dicembre, quando devi spiegare perché il possibile non si è mai materializzato.
Il secondo evento ferale è la costruzione delle promesse per l’anno nuovo. Se la chiusura dell’anno è il giudizio universale, il budget è la genesi, quel momento primordiale in cui dal caos delle aspettative deve emergere un ordine numericamente coerente. Ti siedi a un tavolo, apri l’ennesimo file Excel che porta quel nome tanto innocuo quanto minaccioso, “budget”, e cominci a pastrugnare. Pastrugnare è il verbo giusto, perché descrive perfettamente quel mescolare senza criterio apparente, quel rimestare numeri nella speranza che a un certo punto acquisiscano un senso, quel manipolare cifre con la stessa fiducia con cui un cartomante dispone i tarocchi.
Il budget è un esercizio di narrativa speculativa mascherato da documento contabile. È fantascienza con le note a piè di pagina. È quel genere letterario in cui devi immaginare un futuro che non conosci, popolarlo di eventi che non puoi prevedere, e poi comportarti come se tutto questo fosse non solo possibile ma inevitabile. “Nel secondo trimestre prevediamo un incremento del venti per cento grazie al lancio del nuovo prodotto”, scrivi, sapendo benissimo che il nuovo prodotto è ancora in fase di sviluppo, che il mercato potrebbe crollare, che un virus sconosciuto potrebbe bloccare il mondo intero. Ma scrivi lo stesso, perché il budget deve essere compilato, le caselle devono essere riempite, il documento deve essere prodotto.
Tutto questo, naturalmente, non fa altro che sovrapporsi alla normale attività quotidiana. Che non solo non si ferma, ma si amplifica per via dei due eventi di cui sopra, creando una sorta di tempesta perfetta in cui le urgenze si moltiplicano esponenzialmente. Perché mentre tu sei impegnato a giustificare il passato e a inventare il futuro, il presente continua imperterrito a bussare alla tua porta, a riempirti la casella di posta, a squillare sul tuo telefono con l’insistenza di un creditore.
Aveva decisamente ragione Walter Fontana quando scriveva, ne “L’uomo di marketing e la variante limone”, che l’azienda è quel luogo dove degli adulti subiscono dei traumi infantili. È una definizione che porto con me da anni, come un talismano, come una di quelle verità che una volta scoperte non puoi più ignorare. Perché è esattamente così: l’ufficio è un luogo dove persone che nella vita privata sono capaci di gestire mutui, crescere figli, mantenere relazioni complesse, si ritrovano improvvisamente ridotte allo stato di bambini terrorizzati di fronte alla maestra. “Hai finito il compito?” chiede il capo, e tu senti lo stomaco contrarsi esattamente come quando avevi otto anni e non avevi studiato la lezione.
E così saltiamo da un cliente all’altro, da una riunione all’altra, da una mail all’altra, da una telefonata all’altra. Come palline in un flipper, rimbalzando tra ostacoli che sembrano disposti apposta per impedirti di raggiungere una qualsiasi forma di quiete. Il moderno lavoratore d’ufficio è un essere in perpetuo movimento, non perché debba andare da qualche parte, ma perché stare fermo è diventato impossibile. Schopenhauer diceva che la vita oscilla come un pendolo tra la noia e il dolore, ma evidentemente non aveva previsto l’invenzione della conference call, che riesce miracolosamente a combinare entrambi gli stati in un’unica esperienza.
Oramai mi sono convinto che tantissime riunioni potrebbero essere trasformate in un messaggio di posta elettronica ben scritto. Un messaggio chiaro, conciso, che vada dritto al punto e che possa essere letto in cinque minuti invece che discusso in un’ora. Ma le riunioni persistono, si moltiplicano, colonizzano i calendari come un’invasione aliena silenziosa. Perché la riunione non è mai stata davvero uno strumento di comunicazione efficiente: è un rituale, una cerimonia, un modo per dimostrare che si sta lavorando anche quando non si sta producendo nulla di concreto. La riunione è il teatro dell’azienda, il palcoscenico su cui ognuno recita la propria parte nel grande dramma del lavoro contemporaneo.
E allo stesso modo, mi sono convinto che tanti messaggi di posta elettronica potrebbero semplicemente non essere inviati. Potrebbero essere sostituiti dal silenzio, da quel silenzio eloquente che dice “ho ricevuto, ho capito, procedo” senza bisogno di conferme, riscontri, aggiornamenti. Ma il silenzio in azienda è sospetto. Chi tace probabilmente sta complottando, o peggio, non sta lavorando abbastanza. E così ci sommergiamo di parole, di messaggi, di notifiche, costruendo una Torre di Babele digitale in cui tutti parlano e nessuno ascolta.
Questo è il mio trentaquattresimo anno di lavoro. Trentaquattro anni. Il numero ha un peso specifico che mi sorprende ogni volta che lo pronuncio. Sono più anni di quanti ne avessi vissuti quando ho iniziato a lavorare. Sono abbastanza anni da aver visto nascere e morire intere tecnologie, da aver assistito a rivoluzioni che si credevano permanenti e che sono evaporate nel nulla, da aver conosciuto colleghi che ora sono in pensione e altri che non sono ancora nati quando io già rispondevo al telefono in ufficio.
E ammesso che la memoria mi assista a dovere, una memoria che inizia a mostrare i segni dell’usura come un vecchio mobile di famiglia, non ricordo una così grande quantità di riunioni nei primi anni lavorativi. Qualcosa deve essere andato storto. Qualcosa si è rotto nel meccanismo, qualche ingranaggio ha ceduto, qualche principio fondamentale è stato tradito. Perché una volta si lavorava, poi si parlava del lavoro fatto; oggi si parla del lavoro da fare, poi si parla di quello che si è detto, poi si parla di come migliorare il modo in cui si parla, e il lavoro vero, quello concreto, quello che produce risultati tangibili, finisce per essere relegato negli interstizi, nei ritagli di tempo tra una riunione e l’altra.
Ma forse sono solo nostalgico. Forse idealizzo un passato che non è mai esistito, costruendo nella memoria un’età dell’oro del lavoro d’ufficio che è pura finzione. Forse le riunioni c’erano anche allora, e semplicemente il tempo le ha cancellate dalla mia mente, lasciando solo il ricordo di giornate produttive che in realtà non lo erano affatto. La memoria è generosa con il passato e spietata con il presente, e io potrei essere vittima di questa sua asimmetria.
Eppure, nonostante tutto, nonostante le riunioni e i budget e le chiusure d’anno, nonostante le mail e le telefonate e le scadenze, c’è qualcosa di stranamente commovente in questo periodo dell’anno. È il momento in cui, volenti o nolenti, siamo costretti a fermarci e a guardare indietro. A fare i conti non solo con i numeri, ma con noi stessi. A chiederci se quello che abbiamo fatto ha avuto un senso, se le ore passate in ufficio sono state spese bene, se siamo diventati le persone che volevamo diventare.
E mentre fuori le luci natalizie iniziano ad accendersi e l’aria si riempie di quell’atmosfera insieme festosa e malinconica che solo dicembre sa creare, io mi ritrovo a pensare che forse, in fondo, tutto questo trambusto serve proprio a questo. A ricordarci che il tempo passa, che gli anni si accumulano, che ogni chiusura è anche un nuovo inizio. E che le vacanze, quando finalmente arriveranno, avranno un sapore più dolce proprio perché ce le saremo guadagnate, un giorno di riunione alla volta.
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